Ci sono diversi progetti con test in corso di TV interattiva, ma più o meno ricalcano uno schema comune: al centro c'è una grande potenza di calcolo, che può essere fornita da un supercomputer o da una serie di computer che lavorano parallelamente, da qui parte una struttura distributiva basata su una rete ibrida, ovvero composta da fibra ottica, cavi coassiali e/o doppino telefonico. Una volta in casa dell'utente troviamo un set top box, cioé un computer mascherato da "scatola nera", simile a un decoder satellitare.
Operativamente quello che distingue la TV interattiva da quella convenzionale è che oltre al flusso dei dati dal centro alla periferia (downstream), è possibile ottenere il contrario, cioé dall'utente al fornitore (upstream). Tutto quello che viaggia sui cavi è digitale, il che significa che nel caso del video, non viaggia un segnale analogico, come quello della TV convenzionale o via satellite, ma un flusso di bit che il set top box converte poi in segnale video per la TV.
Per ottenere che la TV interattiva abbia una diffusione capillare, c'è bisogno di realizzare una rete distributiva capillare e di avere una potenza di calcolo centralizzata che sia in grado di fare fronte alla enorme domanda possibile.
Tutto ciò richiede investimenti molto consistenti, nell'ordine delle decine di migliaia di miliardi. L'unica entità in grado di finanziare un progetto del genere è il mercato stesso, poiché nemmeno i governi si potrebbero permettere di allocare cifre simili per un progetto che sfugge alla comprensione della massa (sempre che lo comprenda chi governa).
Perciò l'industria americana della comunicazione (editori, compagnie telefoniche e cable TV), ha creduto di individuare nel video on demand il prodotto che potesse finanziare tutta l'operazione.
Il video on demand è la possibilità di vedere qualunque film o spettacolo, in qualsiasi momento. Da qualche anno negli USA sono in corso test di TV interattiva (uno è in corso anche in Inghilterra): in alcuni di questi test gli utenti pagano regolarmente come se si trattasse già di un prodotto disponibile sul mercato, in altri invece si verifica solamente il desiderio di avere dei servizi interattivi, non filtrati dal costo. In ambedue i casi i risultati sono deludenti. In molti casi, data la scarsa disponibilità di titoli, gli utenti continuano ad andare al negozio di videocassette all'angolo. Altri non pensano di mantenere il servizio una volta che diventi a pagamento. Per esempio nel test di Littleton nel Colorado, l'AT&T, la TCI e la US West hanno investito venti miliardi per scoprire che gli utenti guardano tra due e tre film al mese sulla TV interattiva . Un costo che avrebbe potuto essere molto maggiore se nel centro di distribuzione ci fosse stato un supercomputer che invia video digitale, al posto di un paio di addetti che caricano le cassette in una serie di videoregistratori.
Le limitazioni tecniche
Fin qui la risposta del mercato. Ma ipotizzando che questa risposta fosse soddisfacente, è realmente possibile fornire video digitale a tutti contemporaneamente? La risposta è no; o meglio non ancora. I test di oggi sono largamente basati su una tecnologia do trasporto dei dati che si chiama ADSL (asyncronous digital subscriber loop). L'ADSL, che è nato dallo stesso lavoro che ha prodotto ISDN (integrated services digital network), è un tentativo di inviare dati in formato digitale su linee telefoniche. A oggi ADSL non è in grado di fornire più di un flusso di dati per volta, il che significa che in una casa servita da un solo cavo per la TV interattiva, può essere trasmesso solo un programma per volta. Questa limitazione cadrà sicuramente nel giro di breve tempo, ma per ora non esistono implementazioni che sfruttino più di un canale trasmissivo per volta.
Anche la soddisfazione della gigantesca domanda possibile è un problema; oggi infatti i test vanno da 60 a 4000 utenti, ma cosa accadrebbe se gli utenti fossero milioni? I computer che forniscono il flusso di dati dovrebbero avere una potenza (e un costo) sbalorditiva, essendo il video l'applicazione più demanding del momento. Ma anche la struttura distributiva dovrebbe essere in grado di sostenere throughput da gigabit o addirittura terabit, ovvero flussi di miliardi o migliaia di miliardi di bit al secondo (per avere un paragone pensate che oggi la grande maggioranza delle comunicazioni via modem avviene a 14400 bit, che ISDN trasporta 128000 bit di dati e che una rete locale viaggia a 10 milioni di bit). Tecnicamente è solo questione di tempo perché ciò sia possibile, ma i costi rischiano di essere insostenibili per un business che non sembra entusiasmare le masse.
Quali finanziamenti?
Ma se non sarà il video on demand a finanziare la TV interattiva, chi lo farà? Quello che emerge da una disamina approfondita è che il mercato non vuole il video on demand, o perlomeno che non ne è sufficientemente attratto per spendere dei soldi per averlo. Inoltre non è chiaro di chi sarebbe la proprietà sia dei server centrali che della struttura distributiva, e come potrebbero coesistere diversi content provider.
Una delle soluzioni possibili, e auspicabili, è che questo modello gerarchico, proprietario e che richiede investimenti elevatissimi, venga soppiantato da una rete non proprietaria, basata su tecnologie non proprietarie, decentralizzata, che consenta a chiunque è utente di essere anche fornitore di informazioni, senza barriere all'ingresso, i contenuti e lo sviluppo della quale non siano controllati da una sola entità, e che sia sufficientemente economica; insomma una versione tecnologicamente perfezionata di Internet.
Il modello Internet ci dimostra tutti i giorni che quando la tecnologia è pubblica, i costi infrastrutturali accessibili, e il sistema aperto il limite di ciò che è realizzabile viene spostato costantemente, e questo nonostante questi risultati vengano ottenuti in condizioni pionieristiche, spesso con mezzi limitati.
I governi dovrebbero fare attenzione oggi a questo fenomeno che in futuro potrà determinare il livello di democrazia di un paese. Il ruolo dei governi dovrebbe essere quello di garantire che la rete si sviluppi in modo aperto, eventualmente finanziandone lo sviluppo attraverso le Università; perché mentre è relativamente semplice sviluppare un ambiente aperto ora, potrebbe essere difficile uscire da un modello di monopolio o di oligopolio una volta consolidato, come si sta verificando per i settori che stanno migrando da una situazione privilegiata a una di concorrenza legittima. Il modello rappresentato da Internet produce stimoli intellettuali, creatività, democrazia, pluralità e globalità e mediamente una qualità superiore a quella dei media convenzionali, sarebbe un peccato sprecare questa opportunità.
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